Scritto da: ivandecesaris.it | 13 Novembre 2011

a mio nonno

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Non so quale motivo mi abbia spinto a scrivere qualcosa su di lui; forse per quel che conservo o per la bontà delle descrizioni di chi lo conosceva bene.

O semplicemente per portare alla luce un ricordo.

Salvatore nacque nel 1909. Aveva due fratelli ed una sorella. Faceva il mezzadro nel centro Italia. Gli toccò in sorte di seppellire un figlio, e successivamente una giovane moglie.

Nonostante questo non ebbe mai astio col destino e con il mondo come a volte può accadere. Crebbe altri sette figli. Era una persona semplice che non alzava mai la voce e che mal tollerava arroganza e volgarità. Si alzava all’alba, accudiva le bestie, lavorava i campi. Aveva una radiolina con la quale ascoltava musica classica e, sua grande passione, Claudio Villa, il “reuccio”. Di sera si sedeva nel cortile della sua casa con una mappa del cielo a guardare le stelle, o con un buon libro. Francamente lo trovo fantastico: una vita distante anni luce da quella che vivo nei miei tempi. Di domenica usciva a piedi, raggiungeva il paese, giocava a carte ed alzava il gomito. Da quel che so nessuno gli rimproverò mai questo piccolo spazio ritagliato per se stesso, per riposare una schiena stanca e mani incallite dal duro lavoro del contadino. Ho scoperto poi che non sopportava che io venissi sgridato da piccolo. Sosteneva che ero solamente un bambino vivace, che sarei diventato uno scienziato e che non avrebbero dovuto limitare la mia creatività e la voglia di fare. A volte mi prendeva in braccio e mi mostrava le stelle. I miei ricordi adolescenziali su di lui son molto sbiaditi, purtroppo. Ma ho realizzato di avere un rimpianto: di non averlo conosciuto bene e di ricordarlo più per sentito dire che per mia conoscenza diretta. Me ne accorgo quando mi capita di ascoltare Villa; o quando sul balcone, di notte, mi metto a guardare le stelle.

Commenti

Per alcune cose mi ricorda il mio di nonno. la passione per Claudio Villa e i lavori manuali dopo una vita a fare il ferroviere. Io un po’ me lo sono goduto il nonno. Sono contento sia morto nel sonno. La morte dei giusti. Aveva tanti difetti ma tantissimi pregi. Quando mi dicono che gli somiglio fisicamente e anche intellettualmente ne sono orgoglioso. Quanto sport abbiamo visto insieme! Quante discussioni sul calcio, la musica, la politica ( mio nonno e’ stato comunista per una vita e in vecchiaia berlusconiano….per fortuna e’ morto 10 anni fa e si e’ risparmiato lo scempio di questi ultimi anni ).
Ascoltando i Baustelle una loro canzone me lo ha ricordato; si chiama “l’uomo del secolo”.

Ho un ricordo sbiadito e distratto di una frase ascoltata alla radio prima, riletta su un libro
in maniera più conscia dopo. Il concetto era pressappoco: non puoi sapere dove andrai se non
tieni ben a mente da dove vieni. Il concetto di radici che si intreccia con quello di memoria.
Ricordo un uomo anziano e canuto, curvo dal peso degli anni ma dallo sguardo fiero e quasi
indifferente. Le mani nodose e screpolate di chi di certo non usava la penna per guadagnarsi un
pasto, la camicia bianca sempre impeccabile di domenica, i pantaloni scuri e dalla trama rustica
i restanti giorni della settimana. Negli occhi e nei ricordi, il freddo la fame e le privazioni
di chi chiamato a difendere ogni singolo colore di quella bandiera, porta con sé l’orgoglio di
non essersi sottratto, forse la gioia e l’amaro di essere sopravvissuto.
Per un nonno che guardava le stelle e continuava a sognare, ce n’era uno che guardava le cime
innevate e non smetteva di farlo. Quel nonno che ti proteggeva e vedeva in te un grande futuro
da scenziato sarebbe orgoglioso di sapere la strada che hai fatto e dove sei arrivato, a
spiegare le stelle scrutando l’infinitamente piccolo dall’asservatorio privilegiato di Ginevra
dove ti trovi ora.
Credo che i pensieri e le azioni abbiano una radice metafisica, come se la linea di continuità
con il passato cerchi la sua prosecuzione insinuandosi nella mente di chi non si accontenta di condividere un modo modesto e passivo del vivere. Credo che quella linea debba essere difesa
come hanno fatto quelli che prima di noi non si sono sottratti e che ora siamo qui a ricordane
le virtù. Il prezzo da pagare è quello dell’inquietudine, ma che ho imparato ad apprezzare come allo stesso tempo a tollerare l’altrui vivere, mansueto e bigotto che sia.
Se la storia è ricordo, chi ha la memoria corta non può dare niente di nuovo al futuro. Se è il
movimento quello che cerchiamo, l’unico contributo che questi possono dare è un arricchimento dell’entropia. Lo spreco.

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