Scritto da: ivandecesaris.it | 7 Agosto 2011

la lucciola ritrovata

Una serata di pioggia, come tante. O forse no, nel bel mezzo dell’estate. L’estate che si presta a passeggiate infinite, luoghi nuovi o di ricordi. Di pensieri. Le cicale, le lucciole di sera. Le lucciole. Un ricordo di gioventù, di casa, ma anche d’altro: d’un rapporto particolare. Da una parte Pier Paolo Pasolini, nato a Bologna, passato per Conegliano e per Belluno, poi nel Friuli.Dall’altro Leonardo Sciascia, a mille chilometri dall’altro, nel sud, Racalmuto.Due sensibili “eretici” così diversi, ma in fondo così simili e sottilmente legati. Quasi coetanei (1 anno tra i due). Pasolini così ermetico nelle sue emozioni profonde, lucido e tagliente. Sciascia così dichiarato nelle emozioni ma altrettanto riservato nel suo privato. Nel libro “l’affaire Moro”, introduzione, Sciascia cammina d’estate, una notte. Vede una lucciola (”cannileddi di picuraru”, candeline del pecoraio) che da tanto tempo ormai non si vedon più. Pensa a Pasolini, scomparso tre anni prima. Non sarà di certo un caso che vedendola ripensi a lui. Uniti da un legame profondo e anche fatto di episodi di (in)sofferenza, di crescita individuale. Sciascia dirà, qualche anno più tardi: “Volevo molto bene a Pasolini. Era l’unica persona con la quale ero d’accordo anche quando non ero d’accordo”. Sciascia gli tributava quell’onestà intellettuale, quella capacità di analisi integra, appassionata, sincera, efficace, tale da apprezzarlo anche durante gli inevitabili scontri di pensiero. Pasolini fu l’autore dell’articolo “il vuoto del potere”, passato alla memoria come l’articolo delle lucciole, polemico come sempre, proprio come se stesso, in cui denunciava la sprovvedutezza del potere, che con l’industrializzazione selvaggia aveva portato alla scomparsa delle lucciole per colpa dell’inquinamento dell’aria e delle acque. Pier Paolo, antifascista, aveva individuato nella civiltà dei consumi il vero pericolo per la società; la civiltà dei consumi ci avrebbe spinto a soddisfare bisogni di genere secondario, modificando ed imbarbarendoci negli usi, nei costumi, nella cultura, nel modo di fare e pensare, un appiattimento delle coscienze. Molto peggio del fascismo, definito da lui l’espressione di potere di un branco di criminali, totalmente incapaci di scalfire il modo di pensare degli italiani. Pasolini ebbe un fratello, Guido, partigiano, assassinato da altri partigiani. Pier Paolo parlò dell’accaduto diverse volte, mettendo a nudo quella sofferenza personale, mostrando il suo dolore. Diametralmente opposta invece la sofferenza di Sciascia per il suo giovane fratello morto suicida, Pino. Una vicenda personale custodita ermeticamente dentro se stesso. Gli dedicò una poesia, all’estroverso fratello, parlando di quel suicidio “di cui non ho mai compreso le ragioni”, in quel maggio di scirocco: vento secco, disastro per i raccolti contadini e funereo simbolo di morte. C’era quindi una disparità tra i due; disparità nella confidenza di quel dolore; e disparità nei sentimenti reciproci, appassionati e/o segreti. Sentimenti che vengono fuori da quell’introduzione accorata, tanto inusuale quanto pubblica. Sciascia, che nel calore delle sue espressioni fu sempre attento e misurato nell’utilizzo delle parole conferendole il giusto peso (ricordo quando scrisse del termine “adorabile”: parola pensata e forse scritta per una sola donna e per un solo scrittore), parla del “fraterno” Pasolini: “Fraterno e lontano, Pasolini per me”. Più giù fece una dichiarazione addirittura più intensa e toccante, che colpisce oggettivamente per il modo in cui nasce, dalla visione di una lucciola di sera, durante una camminata. Una lucciola ritrovata, e con essa “gioia di un tempo ritrovato e di un tempo da trovare, da inventare. Con Pasolini. Per Pasolini”. Una dedica forte e sincera nel modo stesso in cui vien fatta e portata alla luce; per un legame oramai impossibile da riallacciare, da contemplare con rimpianto. Ma c’é una cosa che più mi colpisce; ed é quel che Sciascia scrive in maniera così decontestualizzata in termini di luogo e di tempo. Mi pare cerchi di cogliere l’ultima l’occasione per esternare qualcosa per lui privato. E che ne esce addirittura ingrandito per il modo in cui vien fuori: “Ed ecco che - pietà e speranza - qui scrivo per Pasolini, come riprendendo dopo più che vent’anni una corrispondenza”. Un rimpianto che pare parzialmente attenuato nell’esternazione di un sentimento confessato con tanto ritardo. Un sentimento che mostra il bene per quell’amico lontano che se ne é andato.

Mi pare di veder questo in quella lucciola tornata a brillare; lucciola divenuta per Pasolini il simbolo della perdita di valori e dello svuotamento interiore della società che più volte il sensibile Pier Paolo aveva con sofferenza e col pallore del volto esternato; ed in cui con estrema difficoltà ed alienazione cercava di vivere. Una lucciola la cui scomparsa così tanto l’aveva dispiaciuto: e che l’amico Leonardo, una notte d’estate, gli ha ritrovato.

Commenti

ciao caro che grandi visionari, tutti e due. Il vero pericolo della società dei consumi é enorme e nessuno lo capisce, la vedo male per le lucciole in questo paese.
Buona serata

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