Questo é un mio pensiero sulla fantasia visuale come uno dei possibili metodi nella comprensione di un libro (e/o di altre cose, fate voi). Con ciò non voglio assolutamente dire che la più profonda introspezione abbia ragioni meno valide o possa essere surrogata in maniera sbrigativa. Penso semplicemente che questa ricerca visuale sia più adatta al mio modo di essere. Non ho avuto purtroppo una formazione umanistica e son sempre stato cosciente dei miei limiti in questo campo. Ho quindi cercato di sviluppare un metodo differente, che potesse quantomeno cercare di sfruttare la capacità di cogliere emozioni e sensazioni per sopperire alle evidenti mancanze di strutture interpretative più complesse. I primi ricordi di me stesso alle prese con la lettura risalgono più o meno nitidamente all’infanzia; mio padre aveva preso l’abitudine di comprarmi i fumetti di Topolino. Fu quello il mio primo ingresso in quel favoloso mondo fatto di parole ma anche di immagini e colori. Forse posso dire che la crescita avvenne in parallelo: quella del ragazzo e della la sua passione per la lettura. Pieno di buona volontà e curiosità mi avventurai nei generi più diversi. Ripensandoci col senno di poi, lo facevo senza un vero metodo od un filone conduttore: un po’ così, alla rinfusa. Crescendo cominciai a capire che la letteratura che più si adattava alle mie esigenze di lettore in erba erano i Classici. Col passare degli anni l’esigenza si trasformò in preferenza; anche se ora é più variegata ed aperta a molti altri generi. Quando ero dinanzi ad un libro cercavo di cogliere un significato profondo in ciò che leggevo. Mi sforzavo di raschiare a fondo nelle coscienze, di leggere tra le righe, giocando il ruolo del rabdomante di pensieri nascosti. Cosa voleva dirmi lo scrittore con quel pensiero ? cosa si nascondeva dietro quella semplice immagine descrittiva ? A poco a poco mi accorsi che questo metodo non funzionava molto bene; avevo realizzato che stavo sbagliando qualcosa. Mi perdevo in grandi interpretazioni basate su troppe supposizioni, ipotesi e approssimazioni del pensiero. Più scavavo, più trovavo fango, più il lavoro si faceva viscoso. Forse avevo scoperto solo allora la pesantezza, l’inerzia del pensiero. Mi stavo perdendo in un bicchiere d’acqua e - cosa più grave - perdevo mobilità nel modo di pensare. Un giorno, in età adulta, decisi di rileggere le gesta di Cosimo Piovasco, il barone arrampicato sugli alberi per aver rifiutato di mangiare un piatto di lumache che i genitori gli avevano imposto: “Mai s’era vista disubbidienza più grave”. Italo Calvino mi aveva fatto capire con rapidità molte cose. Perché dover andare così a fondo ? e se la soluzione fosse stata stata più in superficie ? Come quando sei al largo, nella vastità del mare. Chissà cosa c’è nel fondale ? sarebbe vano lo sforzo; perché non si riesce a vedere e ci potrebbe essere tutto, ma anche niente. La superficie invece é visibile; blu, azzurra, e i pesci colorati.
Tutto fu più chiaro grazie al barone. La comprensione del libro; e che i genitori dovrebbero misurare imposizioni e aspettative perché altrimenti poi nella vita i figli possono trovare tanti alberi dove piazzare una capanna. Fu a questo episodio che sostanzialmente lego la nascita della fantasia visuale. Diceva lo stesso Calvino a proposito della Mitologia: “…ogni interpretazione impoverisce il Mito e lo soffoca: coi miti non bisogna aver fretta; é meglio lasciarli depositare nella memoria, fermarsi a meditare su ogni dettaglio, ragionarci sopra senza uscire dal loro linguaggio di immagini”. Il poeta che personalmente amo di più é Giuseppe Ungaretti; i suoi versi mi sconvolgono, mi disarmano completamente. La profondità delle sue emozioni é ancora un mistero per me e credo che lo rimarrà per sempre. Nella sua poesia “I Fiumi”, toccante introspezione sul suo percorso di vita, condito di malinconia e sofferenza, il grande poeta scrive:
“Stamani mi sono disteso
In un’urna d’acqua
E come una reliquia
Ho riposato
L’Isonzo scorrendo
Mi levigava
Come un suo sasso”
Sono assolutamente certo di una cosa: che ogni parola che aggiungerei dal di fuori per cercare di spiegare cosa sta provando Ungaretti immerso nel suo Isonzo, farebbe perdere potenza a questa straordinaria immagine visuale. Prima di realizzare questa idea, ci ho provato a farlo: e l’ho trovato inutile, inadeguato ma soprattutto senza senso. Ora tuffatevi in questa scena. Immaginatevi di dover camminare nella più fitta nebbia per raggiungere una persona che si trova a qualche decina di metri da voi; non si vede quasi niente e lei grida dove sono le buche o gli ostacoli. Ma anche lei in effetti non le vede bene e potrebbe dare delle false informazioni. Noto la sottigliezza della scena ambientata nella nebbia, anziché nel buio. Rende assolutamente l’idea; questa magnifica immagine é più suggestiva di dire a qualcuno che si hanno delle paure irrazionali nel farsi avvicinare. Parlando di paura, mi viene da insinuare che quella irrazionale non é un qualcosa di certo o facilmente descrivibile, inquadrabile. Non é neanche un concetto definitivo: può arrivare, può sparire, non gode di grossa soluzione di continuità. Questo sentimento spaventoso che però ha grandi limiti temporali in fondo é come un pachiderma elefantesco che fugge di fronte ad un topolino. Sembrerebbe come se la paura avesse paura. Ma non é affatto semplice spiegare un concetto tale e definirlo a parole; un verbo a volte non rende la totalità dell’idea. Mi viene più facile immaginare che la paura é un luogo dove ci piove dentro. Ci sarebbero tantissimi altri esempi di potenti immagini visuali, come stereogrammi che si stagliano mentre leggo un libro: penso a Pavese, a Kafka o a Montale.
Vorrei chiudere questa riflessione con un’altra immagine che mi sta particolarmente a cuore, ancora una volta di Ungaretti. Il poeta é nel mezzo della grande guerra; un forte giovane fragile uomo col fucile in spalla, cime e trincee. Vive ogni giorno l’estemporaneità dell’esistenza umana ed é cosciente che la sua esperienza di vita possa finire da un momento all’altro (Si sta come d’Autunno/Sugli alberi/Le foglie). Ma a dispetto di questa vita difficile, la ama: “Non sono mai stato/Tanto attaccato/Alla vita”. Un’altra massacrante giornata é giunta al termine, trova un riparo e cerca di dormire; lo assalgono i pensieri, di quelli che vengono prima di chiudere gli occhi, che rendono difficile il riposo notturno (Ora ch’è notte/Che la mia vita mi pare/Una corolla/Di tenebre). Ma il sonno prende il sopravvento. A questo punto vedo il suo viso che comincia a sentire il caldo buono; stringe le palpebre, socchiude un po’ gli occhi, li apre pian piano. C’è il sole, ed é già mattino; si sente in armonia. Sorride; e ”S’illumina d’immenso”.
Categorie:
