C’è un’usanza molto in voga qui al lavoro. Nella mattinata i colleghi ti chiamano per il caffè, e si scende giù al bar a prenderlo tutti insieme. Sono molto gentili, soprattutto con i nuovi arrivati. Si ordina il caffè, tutti prendono una tazza poi si esce e ci si mette seduti ai tavoli, a chiacchierare, a prendere il caffè con calma, a discutere di lavoro o semplicemente di come va la vita in genere o di cosa hai fatto ieri sera. Qui il caffè italiano è un vago ricordo anche se la presenza di un folto gruppo di connazionali ha “costretto” il bar a dotarsi di una macchina che tra le opzioni ha anche “Ristretto”. Gli amici napoletani la definiscono “ciofeca”, ed è difficile dargli torto. Ma poi ci fai la bocca e non ti sembra più così male. Quello lungo è in tazza grande, molto diluito, e ci impieghi di più a berlo. Questa simpatica colazione tra colleghi può durare anche più di venti minuti quando le conversazioni tecniche di lavoro prendono il sopravvento. Penso a come sono abituato di solito a prendere il caffè. 1) parcheggi in doppia fila, quando pure lo trovi. 2) “Un caffè grazie”, e mentre te lo preparano già lo paghi, perchè così non perdi tempo. 3) da quando il barista poggia la tazzina a quando mi ingurgito il caffè non credo siano mai passati più di 20 secondi. La verità è che neanche me lo gusto. Spesso esci fuori dal bar e trovi qualcuno che - a ragione, ci mancherebbe - ti manda qualche colpo per come hai messo la macchina. Durata totale dell’operazione: dai 2 ai 3 minuti, variabili a seconda della frequentazione più o meno marcata del bar. Oggi ho pensato ad una cosa - e lo scrivo picchiando i tasti con una mano sola - e cioè: da quando sono qui non ho più preso nè un Aulin, nè Brufen o un Malox. E’ vero: certe volte non capisco proprio un cazzo.
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