Scritto da: ivandecesaris.it | 14 Gennaio 2009

vita d’un uomo

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Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto, nel 1888. Rimane presto orfano di padre ma la mamma - grazie al duro lavoro - gli permette di frequentare una prestigiosa scuola. Furono gli anni in cui nacque in lui l’amore per la poesia. Partì poi per la Francia e si avvicinò così alla letteratura del paese d’oltralpe. Si arruolò volontario per la Grande Guerra e combattè sul Carso, dove scrisse tra le più belle poesie che io abbia mai letto.

Vita d’un uomo è il libro che raccoglie tutte le poesie di Giuseppe Ungaretti (http://www.ibs.it/code/9788804550839/ungaretti-giuseppe/vita-uomo-tutte). Quando leggo una poesia mi sforzo di immedesimarmi in chi la scrive: in che stato d’animo si trova, il luogo in cui scrive, l’immagine che può vedere dai suoi occhi. Io penso realmente che Ungaretti sia sconvolgente. Ha la caratteristica più unica che rara di contenere un’emozione in poche parole.

In questa per esempio: Giuseppe è un ragazzo come me, che imbraccia un fucile e combatte ogni giorno, e porta sulle spalle la pesantezza della morte e la freddezza dei proiettili. Ecco, magari in quel momento sta riposando sopra un letto di foglie di un bosco, riflette su ciò che sta vivendo, prende in mano una penna e scrive:

« Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie »

Soldati, Bosco di Courton, luglio 1918.

Un’altra bellissima poesia è Agonia. C’è chi passa una vita come un’allodola assetata, rincorrendo con tutta la propria forza un miraggio, ma senza il rimpianto di non aver mai tentato. O come la quaglia, che dopo aver dato tutto quello poteva è stanca, e non ha più voglia di patire. Ma non come chi si sente già sconfitto senza averci provato.

« Morire come le allodole assetate
sul miraggio
O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia
Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato »

Mi soffermo sull’ultima poesia (che cito nel blog, ce ne sono molte e tutte bellissime) che tutti conosciamo o che ricordiamo da reminescenze scolastiche:

« M’illumino
d’immenso »

Mattina, Santa Maria La Longa, 26 gennaio 1917; 

Ci sono varie interpretazioni alla poesia e alcune anche molto diverse tra di loro. Non mi permetto di competere con chi ne sa a dismisura più di me e mi limito semplicemente a dire cosa provo leggendo queste due meravigliose parole. Mi immagino un Ungaretti con tanta stanchezza addosso, che ha passato una notte al buio della paura, alla freddezza della notte, alla miriade di pensieri cattivi che vengono quando giunge il buio e che ti passano in mente prima di addormentarti (Ora ch’è notte / Che la mia vita mi pare / Una corolla / Di tenebre) esausto dopo una giornata dura, passata come nel suo caso nella crudeltà e ferocia della guerra (Mi sono accoccolato / Vicino ai miei panni / “Sudici” di guerra). Ma è sopraggiunto il giorno ormai e il poeta guarda il cielo libero, sgombro e pieno di luce che un tiepido sole invernale sparge tutto intorno. Percepisce quella meravigliosa e calda sensazione di benessere (E come un beduino / Mi sono chinato a ricevere / Il sole), di luminosità interiore di chi ritrova la pace con se stesso. In due parole, si illumina d’immenso.

Non sono un grande esperto di poesia, ma vi consiglio vivamente questo libro pieno di sentimenti, emozioni ed amore per la vita.

http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Ungaretti

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